Hiragana, katakana, kanji (Da Wikipedia)
Pubblicato da carlosan su Novembre 3, 2007
Sistema di scrittura
Il sistema di scrittura giapponese si basa sui due kana (hiragana e katakana), alfabeti sillabici creati — secondo la tradizione — intorno al IX secolo dal bonzo Kūkai (Kōbō Daishi), e sui kanji (caratteri di origine cinese), i sinogrammi.
I primi due alfabeti sono composti ciascuno da 45 sillabe (che comprendono le vocali) e da una consonante, la N. Oltre a questi suoni seion, puri, ci sono 20 suoni dakuon o impuri (ottenuti dalla nigorizzazione, ovvero dall’aggiunta di due trattini chiamati nigori a destra dei caratteri, che sonorizza le consonanti), 5 suoni handakuon o semipuri (con un cerchietto, maru, a destra dei caratteri) e 36 suoni yōon o contratti, derivati dalla combinazione di alcuni dei precedenti.
Kana
Sillabario Hiragana:
| あ (a) | い (i) | う (u) | え (e) | お (o) |
| か (ka) | き (ki) | く (ku) | け (ke) | こ (ko) |
| が (ga) | ぎ (gi) | ぐ (gu) | げ (ge) | ご (go) |
| さ (sa) | し (shi) | す (su) | せ (se) | そ (so) |
| ざ (za) | じ (ji) | ず (zu) | ぜ (ze) | ぞ (zo) |
| た (ta) | ち (chi) | つ (tsu) | て (te) | と (to) |
| だ (da) | ぢ (ji) | づ (zu) | で (de) | ど (do) |
| な (na) | に (ni) | ぬ (nu) | ね (ne) | の (no) |
| は (ha) | ひ (hi) | ふ (fu) | へ (he) | ほ (ho) |
| ば (ba) | び (bi) | ぶ (bu) | べ (be) | ぼ (bo) |
| ぱ (pa) | ぴ (pi) | ぷ (pu) | ぺ (pe) | ぽ (po) |
| ま (ma) | み (mi) | む (mu) | め (me) | も (mo) |
| や (ya) | ゆ (yu) | よ (yo) | ||
| ら (ra) | り (ri) | る (ru) | れ (re) | ろ (ro) |
| わ (wa) | を (wo) | |||
| ん (n) |
Lo hiragana è impiegato specialmente per i prefissi, i suffissi, le particelle (o posposizioni) — parti grammaticali giapponesi che non si rappresentano con i kanji. Viene usato inoltre per trascrivere la pronuncia dei kanji (prendendo il nome di furigana), sia per motivi didattici (nel caso di kanji rari) sia per scrivere sul computer (ogni ideogramma è scritto inizialmente come sequenza di segni hiragana e poi sostituito da uno dei kanji che hanno quella pronuncia).
Sillabario Katakana:
| ア (a) | イ (i) | ウ (u) | エ (e) | オ (o) |
| カ (ka) | キ (ki) | ク (ku) | ケ (ke) | コ (ko) |
| ガ (ga) | ギ (gi) | グ (gu) | ゲ (ge) | ゴ (go) |
| サ (sa) | シ (shi) | ス (su) | セ (se) | ソ (so) |
| ザ (za) | ジ (ji) | ズ (zu) | ゼ (ze) | ゾ (zo) |
| タ (ta) | チ (chi) | ツ (tsu) | テ (te) | ト (to) |
| ダ (da) | ヂ (ji) | ヅ (zu) | デ (de) | ド (do) |
| ナ (na) | ニ (ni) | ヌ (nu) | ネ (ne) | ノ (no) |
| ハ (ha) | ヒ (hi) | フ (fu) | ヘ (he) | ホ (ho) |
| バ (ba) | ビ (bi) | ブ (bu) | ベ (be) | ボ (bo) |
| パ (pa) | ピ (pi) | プ (pu) | ペ (pe) | ポ (po) |
| マ (ma) | ミ (mi) | ム (mu) | メ (me) | モ (mo) |
| ヤ (ya) | ユ (yu) | ヨ (yo) | ||
| ラ (ra) | リ (ri) | ル (ru) | レ (re) | ロ (ro) |
| ワ (wa) | ヲ (wo) | |||
| ン (n) |
Il katakana, in alcuni casi simile allo hiragana, ma più rigido e squadrato, è attualmente impiegato soprattutto per trascrivere le parole di origine straniera (adattate naturalmente alla fonotassi giapponese: non tutti i suoni stranieri sono infatti presenti nell’alfabeto katakana, per esempio a causa del rotacismo). Inoltre può essere usato quando si vuol dare una maggior enfasi a determinati termini giapponesi all’interno di un testo. Fra i giovani è sempre più diffuso l’uso dei katakana per scrivere sostantivi giapponesi dai kanji troppo difficili o antiquati. Vengono infine usati per la scrittura delle voci onomatopeiche.
Kanji
I kanji (lett. “Segni della Cina” da “Kan” = “Cina”) sono propriamente caratteri di origine cinese. Sono migliaia, ma quelli considerati “principali” (jōyō kanji) sono 1945. Essi sono formati da uno dei 214 radicali, che può trovarsi a sinistra, sopra, intorno, …, e da altri elementi riconducibili ad altri kanji. I radicali a loro volta sono dei kanji a sé che solitamente non hanno molti tratti. Perché è importante riconoscere i radicali? Perché aiutano nella comprensione dei kanji. Infatti questi hanno un significato preciso (e varie pronunce — di solito da una a tre — a seconda della loro posizione nelle parole. Adottando gli ideogrammi cinesi, i giapponesi hanno importato anche la loro pronuncia — detta on —, modificata secondo la propria fonetica, specialmente per le parole composte, data la brevità di tali pronunce — la lingua cinese scritta di epoca classica era di fatto quasi totalmente monosillabica). Esempio: la parola 休み (yasumi) significa “vacanza, riposo”; e il kanji (il secondo è la sillaba mi in hiragana) è composto dal radicale di “uomo” e da “albero”. Si forma pertanto l’immagine di un uomo sotto un albero… che riposa.
Traslitterazione o rōmaji
Il rōmaji (lett. “Segni di Roma”) è il sistema di traslitterazione dal giapponese ai caratteri latini. Ci sono più tipologie di rōmaji: i più usati sono il sistema Hepburn e il sistema Kunrei. Qui viene usato il sistema Hepburn, che si differenzia dal Kunrei solo per qualche sillaba e per la scrittura dei suoni contratti. Il primo si avvicina di più alla pronuncia; il secondo è più schematico (dove lo Hepburn scrive ta, chi, tsu, te, to, il Kunrei scrive ta, ti, tu, te, to). Attenzione: i giapponesi non usano mai il rōmaji per scrivere (anche se da tempo si è diffuso il modo di scrivere orizzontale sinistra-destra, alto-basso, occidentale, al posto del “classico” — e naturalmente tuttora impiegato — sistema di scrittura verticale alto-basso, destra-sinistra). Il rōmaji è comunque insegnato nelle scuole perché attraverso la sillabazione in caratteri romani si possono scrivere i testi in giapponese su apparecchi elettronici (computer, telefonia, ecc.)
carlosan detto
Potrebbe risultare utile questo eserciziario proposto dal sito internet Manganet.it
link diretto:
http://www.manganet.it/lingua_giapponese.htm
silvia
Giorgio detto
Grazie per gli esercizi…però ho un problema: qui sul blog il computer mi visualizza solo quadratini a posto dei ceratteri…
azrat detto
Voi come lo trovate il triplice alfabeto giappo?
Sinceramente mi convince sempre meno. Cioè, l’utilità del Katakana è nulla, visto che storpiano le parole straniere secondo il loro modo di pronunciarle, a quel punto, perchè scriverle in un altro alfabeto?
Non mi viene in mente una risposta precisa, ma solo l’idea che così possono distinguere (o discriminare) i vocaboli stranieri dal resto del testo “tradizionale”. Voi non trovate?
Poi, per quanto riguarda l’alfabeto in sè: non è pratico nè logico. hanno 46 segni per ogni sequenza alfabetica e mancano alcuni suoni oltretutto. Mentre invece per esempio l’alfabeto Sanscrito (che è ugualmente sillabico) ha un segno per sillaba, e la vocale (di base la -a) si inserisce mediante segni diacritici sul simbolo.
La processione vocalica segue un senso (da quella emessa più profondamente nella gola a quelle pronunciate sulle labbra). Però le consonanti rispettano solo in parte questa sequenza.
Persino Tolkien era riuscito ad inventare un alfabeto più sensato (come è anche quello Sanscrito, che non a caso significa “Perfetto”).
Quindi, finora non è che l’alfabeto giapponese mi abbia convinto molto, cioè speravo che un popolo di calligrafi fosse capace di semplificare il proprio alfabeto riducendone il volume di segni. Ma in fondo si sa, ai giappi le cose facili non piacciono.
Spero non prendiate questo post, per via del tono con cui è scritto, come un tentativo di polemica, non era questa l’intenzione.
carlosan detto
ciao azrat,
sicuramente l’alfabeto giapponese è molto particolare, capace di suscitare molte domande. Prima fra tutte: da quale ceppo linguistico origina il giapponese? Di primo acchito verrebbe da affermare con assuluta certezza che il giapponese ha origine dal cinese, ma questa ipotesi è smentita in toto da tutti gli storici della lingua. Di fatto a questa domanda i linguisti non sanno rispondere, quindi il dibattito resta aperto, il mistero pressochè intatto.
Sarebbe stato bello poter porre le questioni da te sollevate ai primi grammatici giapponesi…
Le lingue, mi dico, rispondono a esigenze uguali attraverso modalità diverse.
La modalità che assumono è indice del pensiero di un popolo. Il sanscrito rispondeva alle esigenze degli arya in un determinato modo (che loro chiamarono appunto “perfetto”), ma che cosa determina l’evolversi di una lingua in una direzione anzichè in un’altra? A quali esigenze risponde la lingua? Dire soltanto “comunicare” parrebbe riduttivo, o per lo meno non lo trovo esauriente nella sfera del significato che dò al linguaggio. Martin Heidegger diceva che “il linguaggio è la casa dell’essere”, Socrate non scrisse nulla, perchè credeva nel Dialogo come capace di far emergere la Verità che ci abita.
Per quello che riesco a capire dalle lezioni di Takeshita, il vero sforzo per imparare questa lingua è quello di “dimenticare” la nostra. Ovvero -cambiare mente- e non partire dalla nostra lingua per impararne un’altra.
Bè, dimenticare la lingua nel quale siamo immersi è davvero difficile, non possiamo che iniziare lo studio del giapponese e fare del nostro meglio, ma la teoria del prof. resta davvero affascianante: “Il giapponese non si fonda sull’italiano”.
buona notte,
a domani
silvia