Lo zen è una religione? Una filosofia? E’ difficile dargli dei confini precisi, perchè durante la lunga storia del Giappone, per ben 900 anni lo zen è stato inesauribile fonte di ispirazione, confronto e sintesi dei capisaldi della cultura nipponica, per citare solo alcuni esempio l’arte della calligrafia (shodo), la cerimonia del tè (chado), le discipline marziali e l’etica guerriera (bushido). Personalmente io penso allo zen come a una cultura. Ma di cosa si tratta?
Molti avranno sentito parlare di meditazione zen, cioè la meditazione seduta. Inizio subito col dire che “meditazione” è un traducente sbagliato, che ormai dovremmo smettere di usare: il termine giapponese è zazen. Lo zazen si pratica seduti su un cuscino (zafu) a gambe incrociate nella posizione del loto, o del mezzo loto. La schiena è dritta, le anche spingono leggermente in avanti e il mento è rientrato, così che ci sia tensione nella nuca. Lo zazen si pratica davanti a una parete, con illuminazione media e consiste nel restare immobili respirando in modo lento e regolare, senza concentrare il pensiero su qualcosa in particolare. La durata standard di una sessione di zazen è la durata di un bastoncino d’incenso, circa 45 minuti. Cosa ha questo a che fare con il meditare? Niente, anzi è tutto il contrario! Ecco perchè non dovremmo più usare questa parola.
Molti pensano che lo zazen sia l’anima dello zen. Non è così; di fatto per gli orientali questo è solo un modo corretto di stare seduti, niente più. Lo zen “vivo” è uno spirito che si applica alla vita di tutti i giorni, ma purtroppo non posso scrivere qui di cosa si tratta effettivamente… Esso è una coscienza di tipo intuitivo che si trasmette con la pratica e non con le parole, un po’ come la grammatica giapponese di Takeshita sensei. La letteratura zen è costellata di questa constatazione… alla domanda “Cos’è lo zen?” un maestro rispose “Il cipresso nel cortile”. Altri più prosaicamente malmenarono l’allievo. E così via…
Al centro dello zen, come della cultura giapponese, l’intuizione che diviene naturalmente atto, scevra dell’inquinamento che il pensiero opera sull’azione. Dipingere un kanji o disporre le ciotole del pranzo possono essere atti zen di purezza ineguagliabile: “prima dell’illuminazione zappavo l’orto; dopo l’illuminazione zappo l’orto” ecco un tipico esempio di atto zen. L’illuminazione è solo una parola.
Questa ricerca della semplicità estrema è stata poi tramandata dallo zen alla scherma giappoese. Già a cavallo tra il ‘500 e il ‘600 Musashi scriveva nel suo celebre trattato in termini prettamente buddisti e dai molti richiami zen, mentre il suo contemporaneo Takuan Soho, monaco zen della corrente Rinzai, componeva “Lo zen e l’arte della spada”. Il periodo Tokugawa vedrà fiorire questo connubio e tutte le principali scuole di scherma svilupperanno quegli insegnamenti “esoterici” che le hanno rese tanto nobili e affascinanti ai nostri occhi. Fiore all’occhiello dello zen guerriero è il tiro con l’arco (kyudo), reso celebre nel mondo da Herrigel, il cui motto è appunto shin-zen-bi (approssimantivamente: spirito-zen-bellezza)
Mi sono dilungato molto e avrei ancora molto da dire, ma l’intento era solo smuovere la vostra curiosità… per maggiori informazioni contattatemi pure.